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Identità cristiana

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Il Paese del Sol Ponente. Mentre i suicidi falcidiano il Giappone, la Chiesa non può ...

Il Paese del Sol Ponente. Mentre i suicidi falcidiano il Giappone, la Chiesa non può suicidarsi confondendo inculturazione e annuncio del Vangelo 

«Solo se la fede cristiana è verità, concerne tutti gli uomini; se essa è meramente una variante culturale delle esperienze religiose dell’uomo, cifrate nei simboli e mai decifrabili, deve per necessità rimanere entro la sua cultura e lasciare le altre nelle loro» (J. RATZINGER, Fede verità tolleranza)

da segnaledeitempi.blogpost.com di Antonello IAPICCA

Altro che Sol Levante, il Giappone appare oggi come l'Impero del Sol Ponente, il Paese dove il sole della vita sembra tramontare inesorabilmente in una irrefrenabile spirale di suicidi.

Al proposito il vaticanista Sandro Magister presenta un'interessante inchiesta di Silvio Piersanti, giornalista italiano trapiantato a Tokyo dove ha sposato una giapponese. Introducendola Magister sottolinea che "la storia del cristianesimo in Giappone è una storia di martiri. Nessun'altra civiltà al mondo si è mostrata più impermeabile al cristianesimo della giapponese. In passato uccidendone gli annunciatori. In epoche più recenti ospitandoli cortesemente, ma senza mai farvi corrispondere ondate di conversioni". Poi però si lascia andare ad un giudizio tranchant sull'opera dei missionari: "A loro volta, però, anche gli annunciatori del cristianesimo in Giappone non hanno saputo penetrare a fondo, finora, il mistero di quella civiltà, per "inculturare" il loro annuncio".

Viene da chiedersi in base a quali elementi Magister affermi una cosa del genere. Probabilmente nelle parole di Mons. Mori,
ex vescovo ausiliare di Tokyo, che appaiono nell'inchiesta: "In Giappone c’è in realtà un grande bisogno di valori religiosi, ci sono fedeli che praticano anche due diverse religioni. Ma la Chiesa non riesce a soddisfare questa sete di religiosità perche sbaglia strategia: la Chiesa non deve limitarsi a far conoscere la dottrina, la fede e le tradizioni cattoliche, ma deve trovare il modo di coniugarle con la cultura ed i problemi della vita quotidiana dei giapponesi, evitando la frattura tra l’insegnamento della dottrina e la quotidianità della vita in Giappone. Ovviamente è un compito difficilissimo, reso ancora più arduo dalla diminuzione di vocazioni e dall’invecchiamento dei preti locali". Si tratta della solita musica ascoltata più volte. L'apparente fallimento della missione in Giappone sarebbe determinato da una strategia sbagliata che ha penalizzato l'inculturazione del Vangelo, pozione magica per la missione.

" Vorrei proporre ... un'immagine, che ho trovato in Basilio il Grande (+ 379), il quale nel confronto con la cultura greca del suo tempo si vide posto davanti ad un compito assai simile a quello che è posto a noi. Basilio si riallaccia all'autopresentazione del profeta Amos, il quale diceva di sé: "Pastore sono e coltivatore di sicomori" (7,14). La traduzione greca del libro del profeta, la LXX, rende in modo più chiaro nel seguente modo l'ultima espressione: "Io ero uno, che taglia i sicomori". La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio presuppone nel suo commentario ad Is. 9, 10 questa prassi, infatti egli scrive: "Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l'insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile". Christian Gnilka commenta così questo passo: "In questo simbolo si trovano l'ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo... ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca... I frutti restano frutti; la loro abbondanza non viene diminuita, ma riconosciuta come pregio... D'altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell'immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella 'fuoriuscita' del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione". Ancora una cosa si deve notare: la trasformazione necessaria non può derivare da una proprietà dell'albero e del suo frutto - è necessario un intervento del coltivatore, un intervento dall'esterno. Applicando questo al paganesimo, a ciò che è proprio della cultura umana, ciò significa: il Logos stesso deve incidere le nostre culture ed i suoi frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono. Osservando attentamente il testo e le sue affermazioni, possiamo aggiungere un'ulteriore considerazione: si, ultimamente è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei "coltivatori di sicomori": l'intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza. Poiché Basilio parla qui dell'insieme dei pagani e delle loro abitudini, è evidente che in questa immagine non si tratta semplicemente della guida individuale delle anime, ma della purificazione e della maturazione delle culture, tanto più che la parola "abitudini" (mores) è una delle parole, che corrispondono presso i padri più o meno al nostro concetto di cultura. Così in questo testo è rappresentato esattamente ciò, su cui ci stiamo interrogando: il percorso dell'evangelizzazione nell'ambito della cultura, il rapporto del vangelo con la cultura. Il vangelo non sta accanto alla cultura. Non è rivolto semplicemente all'individuo, ma alla cultura, che plasma la crescita ed il divenire spirituale del singolo, la sua fecondità o infecondità per Dio e per il mondo. L'evangelizzazione non è neppure un semplice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cultura nel senso di un concetto superficiale di inculturazione, che ritiene siano sufficienti un paio di innovazioni nella liturgia e espressioni linguistiche cambiate. No, il vangelo è un taglio - una purificazione, che diviene maturazione e risanamento... Nessuno vive solo. Il richiamo al rapporto fra vangelo e cultura vuole mettere in luce questo. Divenire cristiano necessita un rapporto vitale, nel quale si possano realizzare risanamento e trasformazione della cultura. L'evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione ed una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita".


Queste parole del card. Ratzinger tratte dall'intervento su Evangelizzazione e cultura sono la risposta a quanto affermato da Mons. Mori quando afferma che "la Chiesa non deve limitarsi a far conoscere la dottrina, la fede e le tradizioni cattoliche, ma deve trovare il modo di coniugarle con la cultura ed i problemi della vita quotidiana dei giapponesi, evitando la frattura tra l’insegnamento della dottrina e la quotidianità della vita in Giappone". Per il Papa il catecumenato è la risposta! E un catecumenato serio! La vera sfida per la Chiesa, anche in Giappone, è l'annuncio del Vangelo cui segue l'iniziazione cristiana attuata attraverso il catecumenato; è la comunità cristiana che gesta alla fede perchè i cristiani diano i segni di una fede adulta, che chiami a conversione e testimoni il Cielo, la vita eterna già operante qui ed ora. Come scriveva il Papa Benedetto XVI ai fedeli della Cina nella sua recente Lettera: "La storia recente della Chiesa cattolica in Cina ha visto un elevato numero di adulti, che si sono avvicinati alla fede grazie anche alla testimonianza della comunità cristiana locale. Voi, Pastori, siete chiamati a curare in modo particolare la loro iniziazione cristiana attraverso un appropriato e serio periodo di catecumenato che li aiuti e li prepari a condurre una vita da discepoli di Gesù. A questo proposito ricordo che l'evangelizzazione non è mai pura comunicazione intellettuale, bensì anche esperienza di vita, purificazione e trasformazione dell'intera esistenza, e cammino in comunione. Solo così si instaura un giusto rapporto tra pensiero e vita. Guardando poi al passato, si deve purtroppo rilevare che molti adulti non sempre sono stati sufficientemente iniziati alla completa verità della vita cristiana e nemmeno hanno conosciuto la ricchezza del rinnovamento apportato dal Concilio Vaticano II. Sembra pertanto necessario e urgente offrire ad essi una solida e approfondita formazione cristiana, sotto forma anche di un catecumenato post-battesimale" (Benedetto XVI, Lettera ai fedeli della Cina, 27 maggio 2007. Alla nota n. 55 scrive: Come hanno detto i Padri sinodali della Settima Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi (1-30 ottobre 1987), nella formazione dei cristiani « un aiuto può essere dato anche da una catechesi post-battesimale a modo di catecumenato, mediante la riproposizione di alcuni elementi del “Rituale dell'Iniziazione Cristiana degli Adulti”, destinati a far cogliere e vivere le immense e straordinarie ricchezze e responsabilità del Battesimo ricevuto »: Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Christifideles laici (30 dicembre 1988), n. 61: AAS 81 (1989), 514. Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1230-1231.).


La famiglia, la vita, le nuove generazioni allo sbando, il senso del peccato perduto in Occidente e non chiaro in Asia, le menzogne e gli inganni del demonio striscianti in ogni angolo della terra. Di fronte a tutto questo, l'annuncio del Vangelo incarnato in una comunità adulta nella fede che sia luce, sale e lievito, è la via della Chiesa, da sempre. Nel citato incontro con le Conferenze Episcopali asiatiche di Honk Kong l'allora Card. Ratzinger diceva: "La Chiesa, Popolo di Dio, non coincide con alcun altro soggetto culturale storico, anche in tempi di apparente piena cristianizzazione, come si pensa sia stata raggiunta nell’Europa del passato. Piuttosto la Chiesa mantiene, significativamente, la sua forma culturale come una volta, un arco al di sopra di tutte le altre culture. Se le cose stanno così, quando la fede e la sua cultura incontrano un’altra cultura fino a quel momento ad essa estranea, non si tratta di dissolvere la dualità delle culture a vantaggio di una o dell’altra. Entrare in una cristianità privata del suo carattere umano, al prezzo di perdere la propria eredità culturale, sarebbe un errore allo stesso modo che se la fede abbandonasse la sua propria fisionomia culturale. Veramente la tensione è fruttuosa, poiché essa rinnova la fede e guarisce la cultura. Chiunque entra nella Chiesa deve essere cosciente di entrare in un soggetto culturale con la sua inter-culturalità che s’è sviluppata nella storia con molteplici manifestazioni. Non si può diventare cristiani senza un certo "esodo", una rottura con la precedente vita in tutti i suoi aspetti. La fede non è una via privata a Dio, essa conduce dentro al Popolo di Dio e nella sua storia. Dio ha legato se stesso ad una storia che ora è anche la sua e che noi non possiamo rifiutare. Cristo resta uomo in eterno, egli conserva il suo corpo nell’eternità. Essendo uomo e avendo un corpo, inevitabilmente questo include una storia e una cultura, una particolare storia e cultura, lo vogliamo o no. Noi non possiamo replicare l’avvenimento dell’incarnazione per accontentare noi stessi, nel senso di rimuovere la carne di Cristo e offrirgliene un’altra. Cristo rimane Se stesso, col Suo vero corpo. Ma Egli ci attira a sé. Questo significa che, poiché il Popolo di Dio non è una particolare entità culturale, ma invece è stato tratto da tutti i popoli, perciò la sua stessa primaria identità culturale, nata dalla rottura, ha il suo posto. Ma non solo questo. La prima identità è necessaria per permettere all’Incarnazione di Cristo, del Logos, di raggiungere la sua pienezza. La tensione dei molti soggetti nell’unico soggetto appartiene essenzialmente al dramma non ancora completato dell’Incarnazione del Figlio. Questa tensione è il reale e intimo dinamismo della storia, che si sviluppa sotto il segno della Croce, cioè, sempre deve lottare contro le spinte contrarie della chiusura mentale e del rifiuto. Se Gesù di Nazareth è veramente l’Incarnazione del senso della storia, il Logos, l’auto-manifestazione della verità, allora è chiaro che questa verità è il luogo dove ciascuno può essere riconciliato e non perde nulla della propria dignità e del proprio valore".

E' allora evidente come qualunque nazionalismo e pretesa di superiorità culturale, o anche solo qualunque ripiegamento idolatrico volto a difendere peculiarità e originalità culturali attraverso le quali filtrare necessariamente il Vangelo ed il suo annuncio sia un esercizio pericoloso e lontano dalla tradizione cattolica. Il solo riflettere su queste questioni tradisce un problema con la propria identità, con la propria esperienza. Che intere generazioni si siano salvate grazie alla retta coscienza e all'aiuto di altre religioni non fa alcun problema. Ma ignorare la ricchezza del Vangelo, della tradizione della Chiesa, trascurare Cristo, Via, Verità e Vita, unico Salvatore per ogni uomo, sarebbe terribile. Ancora nello stesso incontro l'allora Card. Ratzinger diceva: "
Si potrebbe pensare che la cultura è un problema della storia di ogni singolo paese (Germania, America, Francia, ecc.), mentre la fede per parte sua è alla ricerca di un’espressione culturale. Le singole culture dovrebbero quindi fornire alla fede un corpo culturale per esprimersi. Di conseguenza, la fede dovrebbe sempre vivere in culture imprestate che rimangono alla fine in qualche modo esterne e corrono il rischio di essere gettate via. Soprattutto, una forma culturale imprestata non potrebbe parlare a chi vive in un’altra cultura. Così l’universalità diventerebbe alla fine fittizia. Questo modo di pensare è, alla sua radice, manicheo. La cultura è svilita, diventa un guscio intercambiabile, e la fede è ridotta ad uno spirito disincarnato, ultimamente privo di realtà. Una simile visione è tipica della mentalità post-illuministica. La cultura è ridotta ad una pura forma e la religione a mero sentimento inesprimibile o puro pensiero. Si perde la feconda tensione che dovrebbe caratterizzare la coesistenza di due soggetti".

Per Gesù San Paolo ha considerato tutto una perdita, un danno, spazzatura: la sua cultura, l'essere figlio giustissimo e piissimo della religione dei suoi Padri, il prestigio che ne derivava, l'identità fortissima che ne scaturiva. Tutto era diventato sterco, secondo l'originale greco (Fil. 3, 3 ss). Perchè incontrare Cristo nella propria vita cambia tutto, prospettive, criteri, mentalità, sguardo, parole. Cambia la vita, tutta. A questo incontro, che si dà nell'annuncio e nella testimonianza di una vita salvata ed eterna, la Chiesa è chiamata a condurre ogni uomo sulla terra, in ogni giorno che ha visto e che vedrà la luce. Anche per le vie di Tokyo, di Manila, di Bombay, di Pechino come per quelle di Roma, di Sydney, di Nairobi, di San Paolo o di New York, gli uomini hanno lo stesso cuore, e attendono la stessa salvezza. Il mistero della libertà fa paura, e così, con dialoghi e toni nuovi lo si annichilisce privandolo della sua stessa possibilità, che si dà solo di fronte all'annuncio del Vangelo.

Si può a questo punto, seguendo le parole del Card. Ratzinger tratte dalla relazione svolta ad Hong Kong, tracciare il cammino teologico e pastorale su cui deve muoversi un'autentica evangelizzazione, in una sana inculturazione, secondo il suo reale e concretissimo significato, anche in Giappone:


"a) Il primo grande comandamento è allo stesso tempo il primo articolo di fede e il principio fondativo di identità della fede: "Il Signore, nostro Dio, è un solo Signore". Tutti gli "dei" non sono Dio. Pertanto solo l’unico Dio può essere adorato nella verità; adorare altri dei è idolatria. Senza questa fondamentale decisione non c’è cristianesimo. Dove essa è dimenticata o relativizzata, ci si trova fuori della fede cristiana. Cristologia, ecclesiologia, adorazione e sacramento possono essere correttamente trattati solo quando esiste questa decisione. Il cristianesimo rivoluzionò il mondo antico con questa confessione di fede. Il mondo antico aveva preso le mosse dal principio esattamente opposto, nuovamente formulato dall’imperatore Giuliano alla fine dell’antichità... La fede cristiana è consistita, per il mondo mediterraneo e poi ancora per l’America latina e per l’Africa, in una liberazione dagli dei perché ora l’unico Dio si è mostrato ed è diventato il "Dio con noi". Le parole cruciali con cui Gesù respinge Satana, il tentatore dell’umanità, recitano: "Adorerai il Signore Dio tuo e Lui solo servirai" (Mt 4,10; Lc 4,8; Dt 5,9; 6,13). Senza l’accettazione di questo comando non ci si può collocare dalla parte di Gesù Cristo nella religione professata dalla Bibbia.

b) L’esistenza cristiana comincia con questa decisione fondamentale e si fonda sempre su di essa. Quando scompare la differenza fra adorazione e idolatria, il cristianesimo è distrutto. La Bibbia e il linguaggio dei Padri chiamano "conversione" (metanoia) la necessaria decisione. Una teologia che omettesse il concetto di conversione trascurerebbe la categoria decisiva della religione biblica. La fede cristiana è un nuovo inizio, e non semplicemente una nuova variante culturale di una strutture religiosa sempre in via di svolgimento. Per questo motivo i Padri sottolineavano con enfasi la novità del cristianesimo. L’atto della conversione è essenziale alla speciale comprensione della verità dei cristiani. In un grande numero di religioni, come abbiamo visto, la realtà del Dio unico non è certamente sconosciuta, ma questo Dio unico è troppo distante. Il suo mistero è inaccessibile. Così i contenuti concreti della religione possono essere solo di natura simbolica. Essi non sono la verità, ma manifestazioni parziali al di là delle quali sono possibili altre manifestazioni. La fede cristiana riconosce nel Dio di Israele, nel Dio di Gesù Cristo, l’unico vero Dio, la verità stessa che si manifesta. Pertanto la conversione cristiana è nella sua essenza fede nel fatto della rivelazione di sé che la verità attua. Mentre il mistero non è per questo abolito, il relativismo è senza dubbio escluso, poiché esso separa l’uomo dalla verità facendone uno schiavo. La reale povertà dell’uomo consiste nell’oscurità rispetto alla verità. Egli diventa libero per la prima volta quando è obbligato a servire la sola verità. Tuttavia un altro punto è importante in questa riflessione. I Padri hanno anzitutto enfatizzato con molto vigore il carattere della conversione come decisione e di conseguenza il carattere della fede come esodo. Una volta garantito questo punto, hanno sempre più sottolineato il secondo aspetto, cioè che la conversione è trasformazione, non distruzione. La conversione non distrugge le religioni e le culture, ma le trasforma. Sulla base di questa intuizione, i Padri giunsero sempre più a opporsi all’iconoclastia di fanatici cristiani dalla visuale ristretta. I templi non furono più smantellati, ma trasformati in chiese. La profonda continuità fra le religioni e la fede cristiana divenne visibile. Essa condusse alla resurrezione del meglio delle antiche religioni. Non fu una filosofia della religione relativistica che diede ad esse esistenza continuata; in realtà, proprio questa filosofia in un primo momento le aveva rese inutili. La fede diede alle religioni lo spazio in cui la loro verità potè svilupparsi e dare frutti. Entrambi gli aspetti dell’atto di conversione sono importanti, ma solo dopo che è stato compiuto il primo passo, cioè la svolta decisiva verso l’unico Dio, può seguire il secondo, la conservazione trasformante.

c) Il mistero di Gesù Cristo può essere compreso solo in questo contesto del primo comandamento e dell’atto di conversione che esso esige. Per Gesù, che non abolì il Vecchio Testamento ma lo portò a compimento, il primo comandamento rimase il fondamento di ogni cosa ulteriore; rimase il contenuto che sta alla base della fede: "Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è un solo Signore". Oso sostenere che la centralità di questo passo per tutta la letteratura dell’Antico Testamento è anche la ragione essenziale del posto unico che l’Antico Testamento tiene nella fede cristiana. Poiché l’intero Antico Testamento è costruito attorno a questa singola frase, per questo motivo esso rappresenta un "canone" per i cristiani, quindi Sacra Scrittura. Solo per questa ragione esso rende testimonianza a Gesù e viceversa. Gesù è la chiave all’Antico Testamento perché egli rende concreta questa frase nella Sua stessa carne.

Sfortunatamente, la mancanza di tempo non ci permette di presentare la questione cristologica come meriterebbe. Per questo motivo mi piace tanto più rimandare all’enciclica Redemptoris Missio, in cui gli argomenti essenziali sono esposti in maniera vivida e chiara. Questa enciclica deve costituire il modello per ogni ulteriore ricerca di Teologia delle religioni e della missione. Non sarà mai studiata e accolta abbastanza intensamente.
La fede in Gesù Cristo diventa un nuovo principio di vita e dischiude un nuovo spazio di vita. Il vecchio non è distrutto, ma trova la sua forma definitiva e il suo pieno significato. Questa conservazione trasformante, praticata dai Padri in modo splendido nell’incontro fra la fede biblica e le sue culture, è il contenuto reale dell’"inculturazione", dell’incontro e dell’interfecondazione di culture e religioni sotto il potere di mediazione della fede.... la conoscenza della dipendenza dell’uomo da Dio e dall’eternità, la conoscenza del peccato, della penitenza e del perdono, la conoscenza della comunione con Dio e con la vita eterna, e infine la conoscenza dei precetti morali fondamentali come hanno preso forma nel decalogo, tutte queste conoscenze permeano le culture. Non è certo il relativismo a trovare conferma. Al contrario, è l’unità della condizione umana, l’unità dell’uomo che è stata toccata da una verità più grande di lui".

In sintesi appare chiaro come, per tutti nella Chiesa, è urgente e improcastinabile rimboccarsi le maniche e annunciare il Vangelo a tutte le Nazioni, insegnando loro tutto quello che il Signore ci ha comandato. Questo è l'amore, vero, disinteressato, gratuito. Al punto di accogliere il rifiuto, così che "mentre noi moriamo il mondo riceve la vita". E' qui che occorre mettere attenzione ed energia, implorando da Dio lo zelo che ha bruciato il cuore del Suo figlio e di tanti Santi, di san Francesco Saverio ad esempio. E' questa la vera sfida che impegna la Chiesa oggi in Giappone: tornare a Cristo, ascoltare la sua voce, imparare i suoi sguardi, ricevere il suo cuore gonfio di zelo e d'amore. Altro che ottimismo, dialogo sincretistico e ginocchia piegate dinnanzi alle culture. Le persone stanno morendo, gettate in giorni senza senso, succhiate in un ingranaggio folle che toglie dignità e personalità. Famiglie distrutte, aborti praticati dalle adolescenti, dittatura del lavoro e della scuola, anziani abbandonati insieme agli handicappati in dorate riserve di solitudine. Suicidi che spesso non si risolvono con la morte fisica ma che si diluiscono in perenni abdicazioni alla vita. C'è poco da essere ottimisti, ma molto da sperare. Sperare nel potere di Cristo di dare la Vita. Dove c'è la morte. E' Cristo che deve essere annunciato, è Lui la speranza, unica, per ogni giapponese. Questo è il tempo in cui chi ascolta la Sua voce attraverso i suoi inviati, potrà passare dalla morte alla vita. La morte che azzanna decine di migliaia di giapponesi che scelgono il suicidio. E' questa l'unica fede della Chiesa di Cristo, da duemila anni, quella che il Papa sta mostrando instancabilmente ai suoi figli e al mondo intero.

Il Grande e amato Papa Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai giovani pellegrini convenuti sul Monte delle Beatitudini nell'Anno Santo de 2000, diceva: "Al momento della sua Ascensione, Gesù affidò ai suoi discepoli una missione e questa rassicurazione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). Da duemila anni i seguaci di Cristo svolgono questa missione. Ora, all'alba del terzo millennio, tocca a voi. Tocca a voi andare nel mondo e annunciare il messaggio dei Dieci Comandamenti e delle Beatitudini. Quando Dio parla, parla di cose che hanno la più grande importanza per ogni persona, per le persone del XXI secolo non meno che per quelle del primo secolo. I Dieci Comandamenti e le Beatitudini parlano di verità e di bontà, di grazia e di libertà, di quanto è necessario per entrare nel Regno di Cristo" (Giovannni Paolo II, Omelia sul Monte delle Beatitudini, Israele, 24 marzo 2000)

Il resto sono parole, sentieri della mente per eludere, impauriti e confusi, la missione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa.


Antonello Iapicca Pbro

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Il Punto - di Paolo Voltaggio
UNA NUOVA POLITICA AL SERVIZIO DELL’UOMO

La disaffezione dei cittadini per le istituzioni, la sfiducia nella amministrazione della cosa pubblica, l’abbandono progressivo da parte dei giovani del dibattito politico impongono a tutti, ed in particolare al mondo cattolico, una profonda riflessione.

Il cristiano, turbato dal clamore di “tangentopoli” e in preda al timore di “sporcarsi”, ha rinunciato a partecipare all’attività politica delegando  ad altri il  compito di portare avanti e difendere le proprie istanze e i propri valori.

Un malinteso senso di laicità ha completato la rinuncia ad ogni attività non solo politica ma anche culturale.

Giovanni Paolo II  e Benedetto XVI hanno a più riprese cercato di far comprendere al popolo cristiano l’offesa alla carità insita in tale disinteresse.

Autentica laicità non è [...] prescindere dalla dimensione spirituale, ma riconoscere che proprio questa, radicalmente, è garante della nostra libertà e dell’autonomia delle realtà terrene, grazie ai dettami della Sapienza creatrice che la coscienza umana sa accogliere ed attuare” . Questa frase di Benedetto XVI indica in maniera sintetica ma molto precisa le radici di una laicità rettamente intesa.

Essa ci aiuta a leggere  gli inviti, formulati a più riprese dal pontefice, alla formazione di una nuova generazione di laici impegnati in politica.

LA COSCIENZA DI NATAN
La coscienza di Natan

Avviamo con questo articolo una nuova rubrica intitolata "La Coscienza di Natan", il coraggio della verità. Natan il profeta e Re David una delle pagine più profonde della storia d’Israele.

È la storia di David e del profeta Natan. Il Re Davide – così racconta il secondo libro di Samuele – vide un giorno dalla sua terrazza una donna, Betsabea, che faceva il bagno e la volle. Dopotutto è lui il Re. Betsabea rimane incinta. È un fatto grave, che bisogna coprire. Davide manda a chiamare il marito di Betsabea, Uria, che è al fronte. Ma Uria si rifiuta di dormire con la moglie. Tuttavia Davide non si arrende: manda un ordine a Ioab, comandante supremo al fronte, di far fuori Uria. Uria viene ucciso.  Sarà compito del Profeta (l’uomo della Parola!) fare verità, smascherare la grande bugia. E Natan lo fa con un favoletta devastante: “C’erano due uomini, uno ricco, uno povero…”. “Chi ha fatto questo morirà” urla Davide. “Tu sei quell’uomo!” gli risponde Natan: “La spada non si allontanerà mai dalla tua casa”. Sangue genera sangue… E il resto della narrativa è intriso di sangue fino al bagno finale ordinato da Salomone (1 Re 2). Natan è l’erede della tradizione mosaica profetica del grande Sogno di Dio, un sogno che le tribù d’Israele avevano tentato di realizzare una volta entrate in Canaan. Con Davide, ma soprattutto con Salomone, Israele ritorna in Egitto e tradisce quel Sogno di cui questo popolo è portatore. È proprio perchè fedele al Gran Sogno di Dio che il profeta Natan può essere così spietato con Davide. Il profeta fa verità, toglie i veli al Re. Il Re è nudo.


Cari lettori,
ormai sono a tutti accessibili, anche in italiano, le motivazioni della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (per ora il testo integrale appare soltanto sul seguente link: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/04/la-signora-lautsi-contro-il-governo-italiano/).
Sarà molto interessante una approfondita analisi della sentenza, ma per ora voglio ricordarvi che la Corte Europea (Cedu), a differenza della Corte di Giustizia, è nata nel lontano 1959 e dunque ben prima dell’Unione Europea. Tra i paesi iniziali firmatari, infatti, vi erano ben 10 tra i 27 attuali membri dell’Unione e l’hanno ratificata anche paesi che ora non ne fanno parte, tra i quali la Svizzera (che ha ratificato nel 1974 ed è entrata nell’Onu, pensate, solo nel 2002 dopo che i suoi cittadini nel 2001 avevano respinto l’ingresso nella Ue) la Russia (nel 1998 e per la quale l’obiettivo Ue è in discussione) e, udite udite, la Turchia addirittura nel 1954 (ma oggi ancora in predicato per entrarvi per la sistematica violazione dei diritti umani). Si può dire, quindi, che l’Europa dei diritti sia nata assai prima dell’Europa dei cittadini, tuttora in formazione, sia come istituzione che nelle coscienze.

 
Attualità
Laos: cristiani arrestati finché non rinunceranno alla fede
SALAVAN, lunedì, 15 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Un gruppo di 48 cristiani della provincia di Salavan, nel sud del Laos, è in stato di detenzione finché non rinuncerà alla fede, ha reso noto questo venerdì l'agenzia cattolica di notizie Ucanews.

Il leader del Governo del distretto di Ta-Oyl ha ordinato l'arresto dopo un incidente avvenuto il mese scorso, quando cento ufficiali del distretto hanno fatto irruzione durante una celebrazione religiosa domenicale nella località di Katin.

Sia l'osservatorio Human Rights Watch for Lao Religious Freedom (HRWLRF) che l'International Christian Concern (ICC) hanno denunciato l'incidente.

Nella retata del 10 gennaio, gli ufficiali del distretto hanno puntato le pistole alla testa dei cristiani e hanno costretto le 48 persone ad andare su uno spiazzo vicino, dove si dice che rimangano agli arresti.

I loro beni personali sono stati confiscati e sei case sono state distrutte. Non è stato loro permesso di tornare al villaggio e ora dormono per terra senza riparo e con poco cibo, denuncia l'ICC.

L'organizzazione ha anche sottolineato che i cristiani hanno rifiutato di obbedire all'ordine di rinunciare alla propria fede.

Pistole puntate

L'HRWLRF ha reso noto che le autorità includevano il capo locale, un funzionario per gli affari religiosi, tre poliziotti del distretto e 15 membri di un'unità di volontari.

“Mentre erano minacciati con la pistola alla testa, i credenti hanno preso solo le poche cose che sono riusciti a raccattare”, indica un comunicato dell'HRWLRF.

“Sono senza luce, cibo e acqua pulita, tranne che per un piccolo ruscello vicino”, ha indicato l'organizzazione.

Il leader locale di Katin ha dichiarato l'anno scorso che il culto degli spiriti è l'unica forma accettabile di culto nella comunità, ha aggiunto l'HRWLFR.

Ha aggiunto che aveva confiscato del bestiame nei villaggi cristiani, e l'11 luglio 2009 ha convocato una riunione speciale di tutti i residenti annunciando che era stata “proibita la fede cristiana nel nostro villaggio”.

Minaccia per i comunisti

In Laos, il 65% della popolazione è buddista, l'1,5%, cristiano con circa 40.000 cattolici. Le autorità comuniste accusano i cristiani di aderire a credo importanti che rappresentano una minaccia per il sistema politico.

Ad ogni modo, gli articoli 6 e 30 della Costituzione del Laos garantiscono il diritto dei cristiani e di altre minoranze religiose di praticare la religione che scelgono senza discriminazioni o penalizzazioni.

Si tratta di un ritorno al passato, alla persecuzione anticristiana degli anni Novanta, rientrata per la pressione internazionale e il rischio di perdere aiuti finanziari.

Ora il Governo ha stabilito stretti rapporti con Stati totalitari vicini come la Cina, e le autorità tornano a perseguitare i cristiani.

Pastorale
Non lamentarti di Halloween, organizza Holyween!
Iniziativa delle Sentinelle del mattino per conoscere e imitare i santi
di Antonio Gaspari
ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Invece di lamentarti per i mostri e le mascherate dissacranti di Halloween, scopri e racconta la storia e le virtù del tuo santo preferito nella tua parrocchia e diocesi festeggiando Holyween.
Questa è la proposta che le Sentinelle del mattino stanno diffondendo in tutta Italia
Nel manifesto proposto dei giovani presenti in oltre 35 diocesi, cè la zucca e il volto di santa Teresina con l’invito a celebrare Holyween, un santo in ogni chiesa.
“Appendi il volto di un santo sulla tua chiesa e sul tuo balcone nella vigilia della festa di tutti i santi”, chiedono le Sentinelle del mattino.
Infatti, spiegano, “in una notte dove i giovani amano vestirsi orribilmente, Holyween vorrebbe mostrare il fascino e l’attualità dei santi, immortalati nella foto o nell’arte”.
“Oggi come cristiani – sostengono le Sentinelle del mattino – rischiamo di dimenticarci che i santi sono la parte più bella della nostra Italia; ci fa bene ricordare i loro volti, che ci dicono come la santità sia ancora oggi possibile in persone concrete, in carne ed ossa”.
“Holyween non vuole essere contro chi questa notte festeggia con l’horror – precisano poi –. Vogliamo semplicemente rimettere al centro di questa festa tutti i santi, la loro bellezza e i loro volti. Chi vuole, potrà esporre anche nella sua casa la foto o l’immagine di qualche santo particolarmente caro”.
Ad Holyween hanno aderito già Torino, Padova, Foggia, Catania, Termoli, Pordenone, Desenzano del Garda. Sette città italiane che il 31 ottobre vivranno una serata davvero speciale.
Centinaia di giovani scenderanno per le strade e andranno nei pub ad annunciare l’arrivo della festa di Tutti i Santi. Per loro “Halloween” si è trasformato in “Holyween”, giunto quest’anno alla terza edizione.
Lo slogan parla chiaro: i santi si riprendono la loro festa e, per rendere ancora più evidente che l’antica tradizione non ha nulla da temere dalle mode del momento, volti di santi saranno appesi sui balconi e le finestre delle loro città.
Sì, quando vedrete un lume alla finestra, tirate il naso all’insù e vedrete la faccia sorridente di un santo italiano, preferibilmente giovane.
“Non vogliamo andare contro nessuno – ha spiegato don Andrea Brugnoli, ideatore dell’idea -, ma semplicemente riempire le città non di mostri, ma di volti belli, quelli dei santi, appunto”.
Nelle città dove si festeggia Holyween le Sentinelle del mattino vivranno una serata chiamata “Una luce nella notte”.
Si tratta di aprire una chiesa di notte e di invitare i giovani ad un incontro specialissimo. Questo format è stato ripetuto già più di 350 volte in 50 città italiane, ma la notte di Holyween sarà unica.
La chiesa rimarrà aperta ovunque dalle 22 alle 2 di notte e all’interno non rimarrà vuota. Finora sono centinaia di migliaia i giovani che vi sono entrati nelle precedenti edizioni, lasciando stupita la stampa e le televisioni che, incuriosite dal fenomeno, ne hanno documentato il flusso continuo.
In un paese come l’Italia in cui un consistente 35% dei cattolici va a Messa ogni settimana (dati Doxa ottobre 2009), Holyween rappresenta una singolare sfida.
Tra i santi più gettonati, lo scorso anno vinse Madre Teresa, seguita da Padre Pio. Quest’anno – sostengono gli organizzatori – vincerà Giovanni Paolo II. Non è santo, ma per le Sentinelle è il loro campione.
Le Sentinelle del mattino non sono un movimento, nè una comunità religiosa, ma delle piccole equipes che nelle diocesi accendono il fuoco dell’evangelizzazione con attività straordinarie a servizio della pastorale e dell’evangelizzazione.
Il progetto prevede di creare in ogni diocesi una “fiaccola”, composta da 3-4 giovani che si impegnano in questo servizio. In Italia, sono oltre trentacinque le dicoesi che hanno già la fiaccola delle Sentinelle del mattino.
[Nel sito web www.sentinelledelmattino.org è possibile scaricare i volti dei santi da stampare]
 
Rivista
Il significato della candidatura di Emma Bonino

Occorre fare un passo indietro, risalire agli anni Settanta, quando la marcia di conquista del PCI si svolgeva attraverso due linee direttrici: un fronte politico, rappresentato dallo stesso partito di Berlinguer, che tendeva la mano ai cattolici, in nome di un compromesso “a-ideologico” e un fronte “sociale”, incarnato dal Partito radicale di Marco Pannella, che aggrediva ideologicamente, per estirparle, le radici della morale naturale e cristiana. Il Muro di Berlino è caduto, il PCI si è dissolto, ma il processo di disgregazione morale della società italiana è continuato in maniera implacabile. Nessun leader della sinistra rivendica ufficialmente l’eredità di Gramsci e di Berlinguer, ma Marco Pannella ed Emma Bonino, i due protagonisti storici di tutte le battaglie, proclamano con orgoglio la loro identità radicale. C’è insomma un postcomunismo, ma non c’è un “post- radicalismo”: c’è il laicismo puro e duro di chi avanza verso orizzonti trasgressivi sempre più avanzati.

Anche quando ha svolto il ruolo di Commissario europeo, Emma Bonino non ha mai dimenticato la sua identità e certamente così sarà, se mai dovesse guidare la Regione Lazio. Al settimanale “Panorama” del 5 novembre 1998, che Le obiettava: «Lei oggi in Europa è importante. Ma Pannella c’è sempre…», la Bonino rispondeva categorica: «Io sono un gruppo, una storia, la sua». La storia di Marco Pannella e del Partito radicale: la storia della “modernizzazione” del nostro Paese attraverso fasi successive e concatenate: divorzio, aborto, eutanasia, educazione sessuale obbligatoria, liberalizzazione della droga, matrimonio omosessuale, provetta selvaggia: non c’è tappa del processo di secolarizzazione degli ultimi quarant’anni che non sia stata fatta propria da Emma Bonino, nessuna trasgressione che non sia stata rivendicata come “conquista civile”.

Giuliano Ferrara ha dunque ragione di scrivere: «Quella candidatura è un modello ideologico, un programma di rilancio della peggiore ipoteca laicista a Roma, un tentativo di rivincita sulla chiesa contestata ma non irrilevante del referendum sulla fecondazione assistita, uno schiaffo ai vescovi e ai laici del dies familiae; è anche la definitiva certificazione, se non combattuta, della marginalizzazione della Chiesa dei movimenti, delle battaglie culturali all’insegna della difesa della fede, alleata della ragione, nello spirito pubblico occidentale» (“Il Foglio”, 23 gennaio 2010).

È difficile immaginare un personaggio politico che incarni meglio della Bonino la negazione dei “valori non negoziabili” richiamati da Benedetto XVI. Con la Bonino cade ogni possibilità di compromesso e di mediazione. Se c’è un nemico è lì. Ma la Chiesa ha nemici? Questo è il punctum dolens della situazione, emerso dall’inchiesta de “Il Foglio” tra i cattolici di base.

Il ritornello è sempre lo stesso: non ci si deve dividere sui problemi etici, né fare la guerra sulle questioni di principi, perché chi evoca l’esistenza di uno scontro lo alimenta. Non importa che la guerra ideologica sia in corso, sotto i nostri occhi; della guerra non bisogna parlare, perché ammetterne l’esistenza significa doversi schierare ed essere costretti a combattere. Ma ciò che caratterizza l’odierna mentalità ecclesiale è proprio il rifiuto della lotta, l’odio per lo scontro morale e per la polemica ideologica e dottrinale.

Nelle polemiche, come in ogni guerra, anche solo verbale, si alzano i toni, si infliggono e si subiscono ferite talvolta difficili a rimarginare, si creano inimicizie spesso profonde, in una parola si soffre. Il cattolico di oggi, qualunque posto occupi nella Chiesa, prova istintiva repulsione verso la sofferenza. La sua filosofia di vita è il relativismo, che giustifica ogni forma di edonismo e teorizza il culto dell’io e dell’appagamento dei propri bisogni, all’interno di un ordine delle cose secolare o “mondano” che ha espulso ogni traccia di sacrificio.
Il sacrificio implica l’idea di verità e di bene ed è incompatibile con il relativismo religioso e culturale contemporaneo. Esso presuppone una mortificazione dell’intelligenza, che si pieghi alla verità, su una linea esattamente contraria a quella della autoglorificazione del pensiero umano che caratterizza il pensiero moderno e post-moderno.

Le radici di questa malattia spirituale affondano, come osserva Francesco Agnoli, nello spirito irenistico e relativistico, penetrato nella Chiesa conciliare, dimenticando che talora è necessario opporsi al mondo, seguendo la via della croce. Il Cristianesimo non concepisce la vita come una festa, ma come lotta e come sacrificio. Una delle ragioni della sconfitta dei cattolici nel secondo Novecento è stata la perdita di questa visione militante cristiana, incentrata sullo scontro tra le “due città” agostiniane.

A partire dagli anni Sessanta si è ritenuto che la causa dell’anticlericalismo e del laicismo dell’Ottocento e del Novecento fosse stata l’intransigenza della Chiesa che, condannando il mondo moderno, ne aveva prodotto la reazione. I cattolici hanno mutato il loro atteggiamento verso il mondo moderno, praticando un falso dialogo, ma il processo di scristianizzazione non si è arrestato. L’anticristianesimo è cresciuto al punto che oggi ci troviamo di fronte a una “cristofobia” europeista e a una “teofobia” evoluzionista senza precedenti nella storia. Come stupirsi se le giovani generazioni ritengano che la fede sia una questione puramente personale e che non bisogna dividersi sui problemi etici, respingendo ogni tentazione di “fondamentalismo”?

La filosofia soggiacente è quella immanentistica, che postula l’espulsione del sacro da tutti gli aspetti della vita sociale e l’immersione del Cristianesimo nel mondo, con il conseguente assorbimento di tutto ciò che il mondo esprime. Questa filosofia della storia si fonda sul mito, proprio dell’Illuminismo, del mondo diventato “adulto” che deve liberarsi dei valori del passato, appartenenti all’infanzia dell’umanità per accedere ad un livello di vita pienamente razionale. È la cosiddetta “maturità del mondo” di cui parlano Bonhoeffer e Rahner. La liturgia, per il principio lex credendi, lex orandi, dovrebbe esprimere questo processo di irreversibile “mondanizzazione” della realtà e farsi essa stessa, come scrive Rahner, «liturgia del mondo».

I cattolici irenisti, che votano la Bonino, sono gli stessi che rifiutano la rinascita liturgica avviata dal Motu proprio “Summorum pontificum” di Benedetto XVI. Nella Messa tradizionale essi intravedono l’antitesi del secolarismo, il richiamo a una concezione trascendente della vita in cui i fedeli di Cristo si propongono di “cristianizzare” il mondo e non di lasciarsi “mondanizzare” da esso. La Messa, il cuore della vita cristiana, non è una gioiosa assemblea, ma il rinnovamento incruento del Sacrificio per eccellenza, quello di Gesù Cristo sul Calvario. E c’è ancora chi crede che solo in quella Croce possa essere la speranza di salvezza del mondo. (R. d. M.)
(CR1127/1 del 30 gennaio 2010)

 

VOLTI AD IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI CRISTO

  

Don Luigi Sturzo

Madre Teresa

  

Don Romano Guardini

Nel contemplare il Volto di Gesù e nel renderLo visibile attraverso la nostra testimonianza di fede e di opere, noi ci collochiamo nel cuore stesso della Chiesa il cui compito – come scriveva il Servo di Dio Giovanni Paolo II – «è riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il Volto» (Novo Millennio Ineunte, 16)

 Sergio Cotta

  

SPECIALE "RIAPPENDIAMO IL CROCEFISSO"

 «La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione». Tutto questo «potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei». Ancora, la Corte «non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana» (Sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo secondo la quale  l’esposizione del crocifisso nelle scuole viola la libertà di religione)

LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA (TESTO INTEGRALE)

LINK DI APPROFONDIMENTO

 CHI E' CRISTIANO, ALZI LA MANO ... un'idea ... ispirata ... di Federico da Brescia

" dobbiamo dare un segno, con coraggio e senza vergogna: CHI E' CRISTIANO ALZI LA MANO!
Nelle aule di scuola, sui banchi delle biblioteche dell'Università, sui tavoli di lavoro, ovunque noi lavoriamo o studiamo portiamoci un piccolo Crocefisso e appoggiamolo davanti a noi. Ci criticheranno, ci prenderanno in giro, ma non resteranno indifferenti perchè davanti alla Croce non si riesce a restare indifferenti.
E non resterà indifferente nemmeno Dio, che dall'alto vedrà queste piccole ma importanti testimonianze come delle fiammelle, capaci di illuminare e scaldare il mondo. <intero articolo>

Speciale "CARITAS IN VERITATE"

Nello speciale verranno pubblicati tutti i contributi tratti da siti, riviste on line e blog sulla Enciclica, previa verifica da parte della redazione. Potrete inviare articoli e segnalazioni di articoli all'indirizzo Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

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I QUADERNI DI IDENTITA' CRISTIANA

IDENTITA' CRISTIANA offre a tutte le Parrocchie, Istituti Religiosi e Associazioni la propria disponibilità a presentare l'incontro già tenuto nelle Parrocchie di San Crispino e San Saturnino sul tema; "Economia ed etica: Quali insegnamenti dalla crisi finanziaria?"
L'incontro vuole essere una presentazione alla portata di tutti del sussidio (scaricabile dal nostro sito www.identitacristiana.it) nel quale il Dipartimento di Economia e Finanza dell'Associazione Identità Cristiana aiuta a leggere alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa l'attuale crisi finanziaria ed economica.
L'incontro è presentato in forma semplice e dovulgativa con l'aiuto di diapositive e si chiude con un momento di dibattito e confronto.
POTETE CLICCARE QUI PER UNA BREVE PRESENTAZIONE DELL'INCONTRO.
CHI FOSSE INTERESSATO AD ORGANIZZARE L'INCONTRO NELLA PROPRIA PARROCCHIA O ALTROVE PUO' CONTATTARCI VIA MAIL ALL'INDIRIZZO Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , per fax allo 066872286 o per sms al 3355380022.
Grazie.
Pace e bene
Paolo Voltaggio
Al link in basso potete scaricate l'intero documento redatto dal Dipartimento Economia e Finanza di Identità Cristiana
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