" Vorrei proporre ... un'immagine, che ho trovato in Basilio il Grande (+ 379), il quale nel confronto con la cultura greca del suo tempo si vide posto davanti ad un compito assai simile a quello che è posto a noi. Basilio si riallaccia all'autopresentazione del profeta Amos, il quale diceva di sé: "Pastore sono e coltivatore di sicomori" (7,14). La traduzione greca del libro del profeta, la LXX, rende in modo più chiaro nel seguente modo l'ultima espressione: "Io ero uno, che taglia i sicomori". La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio presuppone nel suo commentario ad Is. 9, 10 questa prassi, infatti egli scrive: "Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l'insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile". Christian Gnilka commenta così questo passo: "In questo simbolo si trovano l'ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo... ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca... I frutti restano frutti; la loro abbondanza non viene diminuita, ma riconosciuta come pregio... D'altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell'immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella 'fuoriuscita' del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione". Ancora una cosa si deve notare: la trasformazione necessaria non può derivare da una proprietà dell'albero e del suo frutto - è necessario un intervento del coltivatore, un intervento dall'esterno. Applicando questo al paganesimo, a ciò che è proprio della cultura umana, ciò significa: il Logos stesso deve incidere le nostre culture ed i suoi frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono. Osservando attentamente il testo e le sue affermazioni, possiamo aggiungere un'ulteriore considerazione: si, ultimamente è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei "coltivatori di sicomori": l'intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza. Poiché Basilio parla qui dell'insieme dei pagani e delle loro abitudini, è evidente che in questa immagine non si tratta semplicemente della guida individuale delle anime, ma della purificazione e della maturazione delle culture, tanto più che la parola "abitudini" (mores) è una delle parole, che corrispondono presso i padri più o meno al nostro concetto di cultura. Così in questo testo è rappresentato esattamente ciò, su cui ci stiamo interrogando: il percorso dell'evangelizzazione nell'ambito della cultura, il rapporto del vangelo con la cultura. Il vangelo non sta accanto alla cultura. Non è rivolto semplicemente all'individuo, ma alla cultura, che plasma la crescita ed il divenire spirituale del singolo, la sua fecondità o infecondità per Dio e per il mondo. L'evangelizzazione non è neppure un semplice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cultura nel senso di un concetto superficiale di inculturazione, che ritiene siano sufficienti un paio di innovazioni nella liturgia e espressioni linguistiche cambiate. No, il vangelo è un taglio - una purificazione, che diviene maturazione e risanamento... Nessuno vive solo. Il richiamo al rapporto fra vangelo e cultura vuole mettere in luce questo. Divenire cristiano necessita un rapporto vitale, nel quale si possano realizzare risanamento e trasformazione della cultura. L'evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione ed una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita".
Queste parole del card. Ratzinger tratte dall'intervento su Evangelizzazione e cultura sono la risposta a quanto affermato da Mons. Mori quando afferma che "la Chiesa non deve limitarsi a far conoscere la dottrina, la fede e le tradizioni cattoliche, ma deve trovare il modo di coniugarle con la cultura ed i problemi della vita quotidiana dei giapponesi, evitando la frattura tra l’insegnamento della dottrina e la quotidianità della vita in Giappone". Per il Papa il catecumenato è la risposta! E un catecumenato serio! La vera sfida per la Chiesa, anche in Giappone, è l'annuncio del Vangelo cui segue l'iniziazione cristiana attuata attraverso il catecumenato; è la comunità cristiana che gesta alla fede perchè i cristiani diano i segni di una fede adulta, che chiami a conversione e testimoni il Cielo, la vita eterna già operante qui ed ora. Come scriveva il Papa Benedetto XVI ai fedeli della Cina nella sua recente Lettera: "La storia recente della Chiesa cattolica in Cina ha visto un elevato numero di adulti, che si sono avvicinati alla fede grazie anche alla testimonianza della comunità cristiana locale. Voi, Pastori, siete chiamati a curare in modo particolare la loro iniziazione cristiana attraverso un appropriato e serio periodo di catecumenato che li aiuti e li prepari a condurre una vita da discepoli di Gesù. A questo proposito ricordo che l'evangelizzazione non è mai pura comunicazione intellettuale, bensì anche esperienza di vita, purificazione e trasformazione dell'intera esistenza, e cammino in comunione. Solo così si instaura un giusto rapporto tra pensiero e vita. Guardando poi al passato, si deve purtroppo rilevare che molti adulti non sempre sono stati sufficientemente iniziati alla completa verità della vita cristiana e nemmeno hanno conosciuto la ricchezza del rinnovamento apportato dal Concilio Vaticano II. Sembra pertanto necessario e urgente offrire ad essi una solida e approfondita formazione cristiana, sotto forma anche di un catecumenato post-battesimale" (Benedetto XVI, Lettera ai fedeli della Cina, 27 maggio 2007. Alla nota n. 55 scrive: Come hanno detto i Padri sinodali della Settima Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi (1-30 ottobre 1987), nella formazione dei cristiani « un aiuto può essere dato anche da una catechesi post-battesimale a modo di catecumenato, mediante la riproposizione di alcuni elementi del “Rituale dell'Iniziazione Cristiana degli Adulti”, destinati a far cogliere e vivere le immense e straordinarie ricchezze e responsabilità del Battesimo ricevuto »: Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Christifideles laici (30 dicembre 1988), n. 61: AAS 81 (1989), 514. Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1230-1231.).
La famiglia, la vita, le nuove generazioni allo sbando, il senso del peccato perduto in Occidente e non chiaro in Asia, le menzogne e gli inganni del demonio striscianti in ogni angolo della terra. Di fronte a tutto questo, l'annuncio del Vangelo incarnato in una comunità adulta nella fede che sia luce, sale e lievito, è la via della Chiesa, da sempre. Nel citato incontro con le Conferenze Episcopali asiatiche di Honk Kong l'allora Card. Ratzinger diceva: "La Chiesa, Popolo di Dio, non coincide con alcun altro soggetto culturale storico, anche in tempi di apparente piena cristianizzazione, come si pensa sia stata raggiunta nell’Europa del passato. Piuttosto la Chiesa mantiene, significativamente, la sua forma culturale come una volta, un arco al di sopra di tutte le altre culture. Se le cose stanno così, quando la fede e la sua cultura incontrano un’altra cultura fino a quel momento ad essa estranea, non si tratta di dissolvere la dualità delle culture a vantaggio di una o dell’altra. Entrare in una cristianità privata del suo carattere umano, al prezzo di perdere la propria eredità culturale, sarebbe un errore allo stesso modo che se la fede abbandonasse la sua propria fisionomia culturale. Veramente la tensione è fruttuosa, poiché essa rinnova la fede e guarisce la cultura. Chiunque entra nella Chiesa deve essere cosciente di entrare in un soggetto culturale con la sua inter-culturalità che s’è sviluppata nella storia con molteplici manifestazioni. Non si può diventare cristiani senza un certo "esodo", una rottura con la precedente vita in tutti i suoi aspetti. La fede non è una via privata a Dio, essa conduce dentro al Popolo di Dio e nella sua storia. Dio ha legato se stesso ad una storia che ora è anche la sua e che noi non possiamo rifiutare. Cristo resta uomo in eterno, egli conserva il suo corpo nell’eternità. Essendo uomo e avendo un corpo, inevitabilmente questo include una storia e una cultura, una particolare storia e cultura, lo vogliamo o no. Noi non possiamo replicare l’avvenimento dell’incarnazione per accontentare noi stessi, nel senso di rimuovere la carne di Cristo e offrirgliene un’altra. Cristo rimane Se stesso, col Suo vero corpo. Ma Egli ci attira a sé. Questo significa che, poiché il Popolo di Dio non è una particolare entità culturale, ma invece è stato tratto da tutti i popoli, perciò la sua stessa primaria identità culturale, nata dalla rottura, ha il suo posto. Ma non solo questo. La prima identità è necessaria per permettere all’Incarnazione di Cristo, del Logos, di raggiungere la sua pienezza. La tensione dei molti soggetti nell’unico soggetto appartiene essenzialmente al dramma non ancora completato dell’Incarnazione del Figlio. Questa tensione è il reale e intimo dinamismo della storia, che si sviluppa sotto il segno della Croce, cioè, sempre deve lottare contro le spinte contrarie della chiusura mentale e del rifiuto. Se Gesù di Nazareth è veramente l’Incarnazione del senso della storia, il Logos, l’auto-manifestazione della verità, allora è chiaro che questa verità è il luogo dove ciascuno può essere riconciliato e non perde nulla della propria dignità e del proprio valore".
E' allora evidente come qualunque nazionalismo e pretesa di superiorità culturale, o anche solo qualunque ripiegamento idolatrico volto a difendere peculiarità e originalità culturali attraverso le quali filtrare necessariamente il Vangelo ed il suo annuncio sia un esercizio pericoloso e lontano dalla tradizione cattolica. Il solo riflettere su queste questioni tradisce un problema con la propria identità, con la propria esperienza. Che intere generazioni si siano salvate grazie alla retta coscienza e all'aiuto di altre religioni non fa alcun problema. Ma ignorare la ricchezza del Vangelo, della tradizione della Chiesa, trascurare Cristo, Via, Verità e Vita, unico Salvatore per ogni uomo, sarebbe terribile. Ancora nello stesso incontro l'allora Card. Ratzinger diceva: "Si potrebbe pensare che la cultura è un problema della storia di ogni singolo paese (Germania, America, Francia, ecc.), mentre la fede per parte sua è alla ricerca di un’espressione culturale. Le singole culture dovrebbero quindi fornire alla fede un corpo culturale per esprimersi. Di conseguenza, la fede dovrebbe sempre vivere in culture imprestate che rimangono alla fine in qualche modo esterne e corrono il rischio di essere gettate via. Soprattutto, una forma culturale imprestata non potrebbe parlare a chi vive in un’altra cultura. Così l’universalità diventerebbe alla fine fittizia. Questo modo di pensare è, alla sua radice, manicheo. La cultura è svilita, diventa un guscio intercambiabile, e la fede è ridotta ad uno spirito disincarnato, ultimamente privo di realtà. Una simile visione è tipica della mentalità post-illuministica. La cultura è ridotta ad una pura forma e la religione a mero sentimento inesprimibile o puro pensiero. Si perde la feconda tensione che dovrebbe caratterizzare la coesistenza di due soggetti".
Per Gesù San Paolo ha considerato tutto una perdita, un danno, spazzatura: la sua cultura, l'essere figlio giustissimo e piissimo della religione dei suoi Padri, il prestigio che ne derivava, l'identità fortissima che ne scaturiva. Tutto era diventato sterco, secondo l'originale greco (Fil. 3, 3 ss). Perchè incontrare Cristo nella propria vita cambia tutto, prospettive, criteri, mentalità, sguardo, parole. Cambia la vita, tutta. A questo incontro, che si dà nell'annuncio e nella testimonianza di una vita salvata ed eterna, la Chiesa è chiamata a condurre ogni uomo sulla terra, in ogni giorno che ha visto e che vedrà la luce. Anche per le vie di Tokyo, di Manila, di Bombay, di Pechino come per quelle di Roma, di Sydney, di Nairobi, di San Paolo o di New York, gli uomini hanno lo stesso cuore, e attendono la stessa salvezza. Il mistero della libertà fa paura, e così, con dialoghi e toni nuovi lo si annichilisce privandolo della sua stessa possibilità, che si dà solo di fronte all'annuncio del Vangelo.
Si può a questo punto, seguendo le parole del Card. Ratzinger tratte dalla relazione svolta ad Hong Kong, tracciare il cammino teologico e pastorale su cui deve muoversi un'autentica evangelizzazione, in una sana inculturazione, secondo il suo reale e concretissimo significato, anche in Giappone:
"a) Il primo grande comandamento è allo stesso tempo il primo articolo di fede e il principio fondativo di identità della fede: "Il Signore, nostro Dio, è un solo Signore". Tutti gli "dei" non sono Dio. Pertanto solo l’unico Dio può essere adorato nella verità; adorare altri dei è idolatria. Senza questa fondamentale decisione non c’è cristianesimo. Dove essa è dimenticata o relativizzata, ci si trova fuori della fede cristiana. Cristologia, ecclesiologia, adorazione e sacramento possono essere correttamente trattati solo quando esiste questa decisione. Il cristianesimo rivoluzionò il mondo antico con questa confessione di fede. Il mondo antico aveva preso le mosse dal principio esattamente opposto, nuovamente formulato dall’imperatore Giuliano alla fine dell’antichità... La fede cristiana è consistita, per il mondo mediterraneo e poi ancora per l’America latina e per l’Africa, in una liberazione dagli dei perché ora l’unico Dio si è mostrato ed è diventato il "Dio con noi". Le parole cruciali con cui Gesù respinge Satana, il tentatore dell’umanità, recitano: "Adorerai il Signore Dio tuo e Lui solo servirai" (Mt 4,10; Lc 4,8; Dt 5,9; 6,13). Senza l’accettazione di questo comando non ci si può collocare dalla parte di Gesù Cristo nella religione professata dalla Bibbia.
b) L’esistenza cristiana comincia con questa decisione fondamentale e si fonda sempre su di essa. Quando scompare la differenza fra adorazione e idolatria, il cristianesimo è distrutto. La Bibbia e il linguaggio dei Padri chiamano "conversione" (metanoia) la necessaria decisione. Una teologia che omettesse il concetto di conversione trascurerebbe la categoria decisiva della religione biblica. La fede cristiana è un nuovo inizio, e non semplicemente una nuova variante culturale di una strutture religiosa sempre in via di svolgimento. Per questo motivo i Padri sottolineavano con enfasi la novità del cristianesimo. L’atto della conversione è essenziale alla speciale comprensione della verità dei cristiani. In un grande numero di religioni, come abbiamo visto, la realtà del Dio unico non è certamente sconosciuta, ma questo Dio unico è troppo distante. Il suo mistero è inaccessibile. Così i contenuti concreti della religione possono essere solo di natura simbolica. Essi non sono la verità, ma manifestazioni parziali al di là delle quali sono possibili altre manifestazioni. La fede cristiana riconosce nel Dio di Israele, nel Dio di Gesù Cristo, l’unico vero Dio, la verità stessa che si manifesta. Pertanto la conversione cristiana è nella sua essenza fede nel fatto della rivelazione di sé che la verità attua. Mentre il mistero non è per questo abolito, il relativismo è senza dubbio escluso, poiché esso separa l’uomo dalla verità facendone uno schiavo. La reale povertà dell’uomo consiste nell’oscurità rispetto alla verità. Egli diventa libero per la prima volta quando è obbligato a servire la sola verità. Tuttavia un altro punto è importante in questa riflessione. I Padri hanno anzitutto enfatizzato con molto vigore il carattere della conversione come decisione e di conseguenza il carattere della fede come esodo. Una volta garantito questo punto, hanno sempre più sottolineato il secondo aspetto, cioè che la conversione è trasformazione, non distruzione. La conversione non distrugge le religioni e le culture, ma le trasforma. Sulla base di questa intuizione, i Padri giunsero sempre più a opporsi all’iconoclastia di fanatici cristiani dalla visuale ristretta. I templi non furono più smantellati, ma trasformati in chiese. La profonda continuità fra le religioni e la fede cristiana divenne visibile. Essa condusse alla resurrezione del meglio delle antiche religioni. Non fu una filosofia della religione relativistica che diede ad esse esistenza continuata; in realtà, proprio questa filosofia in un primo momento le aveva rese inutili. La fede diede alle religioni lo spazio in cui la loro verità potè svilupparsi e dare frutti. Entrambi gli aspetti dell’atto di conversione sono importanti, ma solo dopo che è stato compiuto il primo passo, cioè la svolta decisiva verso l’unico Dio, può seguire il secondo, la conservazione trasformante.
c) Il mistero di Gesù Cristo può essere compreso solo in questo contesto del primo comandamento e dell’atto di conversione che esso esige. Per Gesù, che non abolì il Vecchio Testamento ma lo portò a compimento, il primo comandamento rimase il fondamento di ogni cosa ulteriore; rimase il contenuto che sta alla base della fede: "Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è un solo Signore". Oso sostenere che la centralità di questo passo per tutta la letteratura dell’Antico Testamento è anche la ragione essenziale del posto unico che l’Antico Testamento tiene nella fede cristiana. Poiché l’intero Antico Testamento è costruito attorno a questa singola frase, per questo motivo esso rappresenta un "canone" per i cristiani, quindi Sacra Scrittura. Solo per questa ragione esso rende testimonianza a Gesù e viceversa. Gesù è la chiave all’Antico Testamento perché egli rende concreta questa frase nella Sua stessa carne.
Sfortunatamente, la mancanza di tempo non ci permette di presentare la questione cristologica come meriterebbe. Per questo motivo mi piace tanto più rimandare all’enciclica Redemptoris Missio, in cui gli argomenti essenziali sono esposti in maniera vivida e chiara. Questa enciclica deve costituire il modello per ogni ulteriore ricerca di Teologia delle religioni e della missione. Non sarà mai studiata e accolta abbastanza intensamente. La fede in Gesù Cristo diventa un nuovo principio di vita e dischiude un nuovo spazio di vita. Il vecchio non è distrutto, ma trova la sua forma definitiva e il suo pieno significato. Questa conservazione trasformante, praticata dai Padri in modo splendido nell’incontro fra la fede biblica e le sue culture, è il contenuto reale dell’"inculturazione", dell’incontro e dell’interfecondazione di culture e religioni sotto il potere di mediazione della fede.... la conoscenza della dipendenza dell’uomo da Dio e dall’eternità, la conoscenza del peccato, della penitenza e del perdono, la conoscenza della comunione con Dio e con la vita eterna, e infine la conoscenza dei precetti morali fondamentali come hanno preso forma nel decalogo, tutte queste conoscenze permeano le culture. Non è certo il relativismo a trovare conferma. Al contrario, è l’unità della condizione umana, l’unità dell’uomo che è stata toccata da una verità più grande di lui".
In sintesi appare chiaro come, per tutti nella Chiesa, è urgente e improcastinabile rimboccarsi le maniche e annunciare il Vangelo a tutte le Nazioni, insegnando loro tutto quello che il Signore ci ha comandato. Questo è l'amore, vero, disinteressato, gratuito. Al punto di accogliere il rifiuto, così che "mentre noi moriamo il mondo riceve la vita". E' qui che occorre mettere attenzione ed energia, implorando da Dio lo zelo che ha bruciato il cuore del Suo figlio e di tanti Santi, di san Francesco Saverio ad esempio. E' questa la vera sfida che impegna la Chiesa oggi in Giappone: tornare a Cristo, ascoltare la sua voce, imparare i suoi sguardi, ricevere il suo cuore gonfio di zelo e d'amore. Altro che ottimismo, dialogo sincretistico e ginocchia piegate dinnanzi alle culture. Le persone stanno morendo, gettate in giorni senza senso, succhiate in un ingranaggio folle che toglie dignità e personalità. Famiglie distrutte, aborti praticati dalle adolescenti, dittatura del lavoro e della scuola, anziani abbandonati insieme agli handicappati in dorate riserve di solitudine. Suicidi che spesso non si risolvono con la morte fisica ma che si diluiscono in perenni abdicazioni alla vita. C'è poco da essere ottimisti, ma molto da sperare. Sperare nel potere di Cristo di dare la Vita. Dove c'è la morte. E' Cristo che deve essere annunciato, è Lui la speranza, unica, per ogni giapponese. Questo è il tempo in cui chi ascolta la Sua voce attraverso i suoi inviati, potrà passare dalla morte alla vita. La morte che azzanna decine di migliaia di giapponesi che scelgono il suicidio. E' questa l'unica fede della Chiesa di Cristo, da duemila anni, quella che il Papa sta mostrando instancabilmente ai suoi figli e al mondo intero.
Il Grande e amato Papa Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai giovani pellegrini convenuti sul Monte delle Beatitudini nell'Anno Santo de 2000, diceva: "Al momento della sua Ascensione, Gesù affidò ai suoi discepoli una missione e questa rassicurazione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). Da duemila anni i seguaci di Cristo svolgono questa missione. Ora, all'alba del terzo millennio, tocca a voi. Tocca a voi andare nel mondo e annunciare il messaggio dei Dieci Comandamenti e delle Beatitudini. Quando Dio parla, parla di cose che hanno la più grande importanza per ogni persona, per le persone del XXI secolo non meno che per quelle del primo secolo. I Dieci Comandamenti e le Beatitudini parlano di verità e di bontà, di grazia e di libertà, di quanto è necessario per entrare nel Regno di Cristo" (Giovannni Paolo II, Omelia sul Monte delle Beatitudini, Israele, 24 marzo 2000)
Il resto sono parole, sentieri della mente per eludere, impauriti e confusi, la missione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa.
Antonello Iapicca Pbro